domenica 12 luglio 2026

Allora... Come sta?

Il mio amico Ewan Robertson è di Friochheim, un piccolo borgo delle Highlands, tra Edimburgo e Aberdeen. Si chiama così perché frìo ch in gaelico significa "erica".
Ewan è un Highlander. Non solo perché la sua famiglia vive lì da generazioni, ma anche perché, quando gli chiedi da dove venga, visto il suo inglese con un accento di provenienza indecifrabile, ti risponde come Connor MacLeod: «Da un sacco di posti diversi».
È nato in Sudafrica, è vissuto in India, si è laureato a Hong Kong e oggi vive a Milano con Annalisa.
Annalisa Reggiani è la meravigliosa moglie di Ewan. Lei arriva "solo" da Milano, ma fa un sacco di cose diverse. Oltre a crescere due adolescenti e due cani che, a suo dire, hanno le medesime esigenze, aspettative e occorrenze, il cui ritorno è decisamente differente, lavora come consulente nella società di Ewan e, non contenta, si occupa anche di quattro bambini privi di una famiglia che possa davvero essere chiamata tale. Cucina per loro, li segue nei compiti, riordina le loro camerette e i loro armadi e cerca, ogni giorno, di farli sentire un po' meno sperduti di quanto la vita li abbia resi.
Ewan Robertson è anche il mio compagno di bevute. Quando gli dici che è ora di andare a casa perché ormai sei in gaìna — termine milanese che identifica uno stato avanzato di ebbrezza e che, da qualche anno, è stato adottato anche dai dialetti scozzesi orientali — la sua stazza da un metro e novantacinque per cento chili ti dà apertamente ragione: «...ma prima l'ultimo giro.»
Io prendo una birra. Lui un sidro.
Annalisa Reggiani è invece una fine degustatrice. Controbilancia la quantità e la qualità un po' ruvida delle nostre bicchierate con la ricercatezza delle sue conoscenze enologiche, proponendoci sempre vini e liquori di alto livello durante gli aperitivi e le cene alle quali partecipo con una costanza quasi commovente.
Duncan Robertson è stato ufficiale della Royal Navy durante la Guerra delle Falkland e la Prima Guerra del Golfo. In battaglia si è meritato una Victoria Cross. È il padre tutto d'un pezzo del mio amico Ewan.
Mi sono sentito emotivamente molto coinvolto quando le notizie sulla salute del Commodoro Robertson, ormai in pensione, hanno iniziato a volgere al peggio e i figli sono stati convocati con urgenza per aprire il famoso Death Folder: la cartelletta contenente il testamento, i lasciti, le disposizioni e tutte le procedure da seguire in caso di morte.
«È un ex ufficiale della Marina. Che cosa ti saresti aspettato di diverso?» mi disse Ewan poco prima di partire per la Scozia, parlando finalmente con un accento scozzese riconoscibile perfino da me.
Mettendomi nei suoi panni, pensai che gli avrebbe fatto piacere avere un amico italiano presente al funerale. Circondato da parenti e amici scozzesi, dalle prefiche di Aberdeen — boh, ci saranno anche delle chiangimorti in Scozia, mi dicevo — la comparsa di un italiano fanfarone e smargiasso, capace di portare un po' di sole anche in quel momento, avrebbe sicuramente alleggerito l'atmosfera. E Annalisa avrebbe finalmente potuto interrompere la lunga serie di conversazioni di circostanza in inglese con qualche cazzata in italiano.
Così iniziai quasi a prepararmi anch'io al funerale.
La celebrazione. I commilitoni. La parata militare. Il discorso dell'amico del cuore. La lettura del telegramma di re Charles. Poi il rinfresco, le chiacchiere, i parenti incuriositi dalla presenza dell'italiano, le strette di mano, tutti elegantissimi, qualcuno con il kilt...
Piano piano nella mia testa prendeva forma l'atmosfera di Quattro matrimoni e un funerale: naturalmente io avrei incontrato la mia Andie MacDowell, che avrebbe avuto le sembianze della figlioccia di Duncan: una vedova quarantenne dai lunghi capelli rossi, con un ventaglio di efelidi sul viso. Mi avrebbe accompagnato al mio B&B e, dopo un'accurata degustazione di whisky, avrebbe deciso che passare la notte con me fosse il modo migliore per onorare la memoria del Commodoro Robertson.
All'inizio chiedevo a Ewan e ad Annalisa come stesse il signor Duncan. Poi soltanto ad Annalisa, perché il peggioramento sembrava ormai inevitabile.
Un giorno Ewan tornò a Milano scuotendo la testa.
«Sono rientrato per alcune faccende urgenti, ma temo che tra un paio di giorni dovrò risalire definitivamente.»
«Mi dispiace», gli rispondevo, mentre con la mente ero già sul sito della Ryanair.
Poi, un bel giorno, il signor Duncan si alzò dal letto. Fece la doccia, si rasò con cura, si vestì di tutto punto, lucidò perfettamente scarpe e medaglie, prese il suo swagger stick e si recò con i suoi ex commilitoni sulla scogliera vicino a Stonehaven per il consueto brindisi del terzo giovedì del mese, versando un bicchiere di whisky nel mare in memoria dei compagni caduti. Nelle ore successive fece tutto ciò che un uomo che non ha alcuna intenzione di morire farebbe: rimise a posto il Death Folder, sistemò alcune pratiche in sospeso e, soprattutto, decise che non sarebbe morto.
Ormai l'idea della rievocazione del film con Hugh Grant si era radicata nella mia mente. La ricerca di birrerie, B&B e autobus di collegamento riempiva la mia cronologia di navigazione.
Tuttavia, la mia ossessiva ricerca di informazioni sullo stato di salute di Duncan non destava sospetti, specialmente in Annalisa, fino a quando una sera, durante un aperitivo trasformatosi in una degustazione di prosecchi, ormai abbastanza alticci, le rivelai il mio segreto.
Dopo un momento di esitazione, durante il quale Annalisa valutò con attenzione il mio stato mentale, scoppiò in un'interminabile risata e, da quel momento, le conversazioni successive non furono più le stesse. Divenne la mia complice nella pianificazione dell'immaginario viaggio.
«Facciamo così: quando succede tu prenoti soltanto il volo. Io dico a Ewan che, per puro caso, ti trovi a Edimburgo per un weekend lungo e che verresti volentieri al funerale, ma non sai se, per riservatezza o per semplice discrezione, sia il caso di fartelo presente. Non prenotare l'hotel: conoscendo la famiglia Robertson, finisci direttamente a casa della rossa lentigginosa. Avresti anche la scusa per non vestirti a lutto... Ewan non dovrà mai saperlo e questo segreto ce lo porteremo nella tomba.»
«La tomba di chi?»
Questa situazione era talmente assurda che ci scrissi un racconto, leggero e divertente, e lo feci leggere ad Annalisa. Si divertì moltissimo. Lo lesse, lo rilesse e continuò a ridere.
Una sera, a cena, Ewan mi mostrò i fogli.
«Sei un idiota», disse sorridendo. In scozzese quella frase significa contemporaneamente affetto, incredulità e il riconoscimento che uno non si inventa una storia del genere se non vuole davvero bene a una famiglia.
«Annalisa non ti ha tradito», aggiunse. «Ma sono il figlio di un ufficiale specializzato nel controspionaggio.»
Qualche tempo dopo, tuttavia, mi dissero che alla fine Duncan era morto e che fosse inutile mettere in scena tutta quella pantomima. Anzi, a Ewan avrebbe fatto piacere che fossi presente al funerale. Saremmo partiti tutti insieme, avrei alloggiato nel B&B di suo fratello e ne avrei approfittato per visitare un po' la Scozia e Edimburgo.
Come nel film, arrivai in ritardo.
Quando entrai nella piccola chiesa di pietra, la cerimonia era già iniziata. Rimasi in fondo, quasi nascosto dietro gli ultimi banchi. Davanti a me sfilavano uniformi impeccabili, vecchi ufficiali con il petto coperto di medaglie, uomini in kilt dai colori dei rispettivi clan e parenti raccolti in un silenzio composto. Una cornamusa accompagnò l'uscita del feretro, mentre all'esterno il vento delle Highlands piegava l'erica e faceva sventolare le bandiere.
Seguì il rinfresco riservato ai familiari e agli amici più stretti, nella splendida casa di famiglia dei Robertson, affacciata sulle colline. Continuavo ad avvertire una strana inquietudine, che attribuivo al funerale, al viaggio e all'emozione del momento.
Mentre chiacchieravo con Annalisa, alzai il bicchiere di whisky verso la fotografia del defunto, incorniciata da ghirlande di erica.
«Beh... al signor Duncan.»
Annalisa scoppiò a ridere.
«Ma lui non è Duncan.»
«Come sarebbe?»
«È suo cugino.»
Aspetta.
Come?
Un militare.
In uniforme.
Novant'anni.
Medaglie.
Bastone.
Whisky.
Mi squadra.
Gli occhi ancora incredibilmente vigili, con quell'espressione ferma di chi è abituato a impartire ordini e ad aspettarsi che vengano eseguiti.
Dice qualcosa in gaelico.
Non capisco una sola parola.
Alle mie spalle una giovane donna dai lunghi capelli rossi raccolti in una coda di cavallo, gli occhi verdi e il viso cosparso di lentiggini mi guarda sorridendo.
«Ha detto: "Sei l'italiano più idiota che abbia mai conosciuto."»

Ewan Robertson veniva da un sacco di posti diversi. Duncan Robertson, invece, sembrava deciso a non andarsene da nessuna parte.

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