Le due Principesse (sarebbero le ex Patatina e l'ex Patagata), che ormai frequentano il I e il II liceo classico (IV e V ginnasio per i nostalgici e per quelli che ancora parlano di dracme e lire), hanno finito la scuola e finalmente il Porco dispone del quadro completo della situazione.
E pure bene.
La storia di Alice.
Lo ammetto: ho un debole per la scuola pubblica. Sarà che mia madre ci ha insegnato una vita, sarà che continuo a credere che una scuola debba essere un posto dove incontri persone diverse da te, non una versione leggermente modificata di te stesso.
Alice si trovava a scegliere tra una realtà con una dozzina di professori e poco più di cento studenti e una specie di piccola città con novanta docenti e oltre mille ragazzi.
E poi, diciamocelo: se un liceo scientifico è classificato trentottesimo su quaranta nella provincia di Milano, qualche domanda uno se la fa.
Avevo paura che il cambiamento la travolgesse.
Invece no.
Metodica come una mietitrebbia tedesca e costante come una tassa, ha studiato, ha preso il ritmo e si è costruita il suo spazio.
Promossa l'anno scorso.
Promossa quest'anno.
Con ottimi voti.
E soprattutto con una serenità che vale molto più di qualsiasi voto.
La storia di Agata.
Ha il pessimo carattere del Porco, che è una definizione elegante per dire che quando si mette una cosa in testa diventa più testarda di un mulo che ha appena letto Nietzsche.
Lei aveva già deciso.
Liceo Classico.
Carducci.
Fine della discussione.
O quasi.
Per un certo periodo sembrava orientata verso il Tito Livio, probabilmente perché questo genitore ingombrante e disperatamente alla ricerca di approvazione sociale aveva la fastidiosa abitudine di dire:
"Ah sì, mia figlia frequenta il mio stesso liceo."
Che tradotto dal linguaggio dei padri al linguaggio delle figlie significa:
"Vi sto creando un problema."
Quando ho scoperto la faccenda abbiamo raggiunto un compromesso diplomatico.
Da quel momento avrei potuto comunicare il mio curriculum scolastico soltanto dopo tre domande consecutive.
"Che scuole hai fatto?"
"Liceo."
"Quale?"
"Classico."
"Dove?"
"Carducci."
Solo a quel punto ero autorizzato a rispondere.
Firmato il trattato di pace, Agata si è iscritta al Carducci.
E lì è successa una cosa inquietante.
Ha iniziato a prendere voti assurdi.
Io in latino prendevo cinque.
Lei dieci.
Io in greco prendevo quattro e mezzo.
Lei nove e dieci.
Una differenza statistica tale da farmi sospettare che nel frattempo il Ministero avesse abolito la sofferenza come metodo didattico.
Così ho fatto delle verifiche.
Ho letto i loro compiti.
Eh no.
Non è che siano diventati più permissivi.
È che traducono davvero bene.
Con quella lingua tutta loro che gli studenti del classico imparano a parlare dopo anni di frequentazione del Rocci e del Castiglioni-Mariotti.
Una lingua in cui si scrivono frasi del tipo:
"Quantunque le falangi degli opliti si fossero schierate sulle alture prospicienti le mura della città, Zeus piovve [sic] una pioggia battente proprio quando pareva che la sorte arridesse ai Tebani."
Nessuno ha mai parlato così.
Probabilmente nemmeno Zeus.
Eppure è corretto.
Ed è anche bellissimo.
Le pagelle di quest'anno sono piene di bei voti e di giudizi molto positivi.
E allora mi ritrovo a fare una riflessione.
Forse si concede agli studenti il tempo di imparare davvero.
Forse i professori della mia generazione ricordano bene cosa significava passare pomeriggi a soffrire su una versione di greco e hanno capito che insegnare non significa selezionare, ma aiutare a crescere.
Ed è una conclusione che mi riempie di orgoglio.
Perché alla fine il compito dei genitori non è dimostrare di avere ragione.
È guardare i propri figli superarti e pensare: "Beh, era esattamente questo il piano."
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